Marco Causi

“Come risollevare Roma? Un progetto per un nuovo centrosinistra”,
di Marco Causi

Marco Causi, l’Unità, 8 aprile 2016

 
 

Cronaca romana del Corriere della Sera, 4 aprile 2016: «Grazie all’apertura della stazione Ponte di Nona sulla linea FL2, i pendolari di Roma in soli 23 minuti potranno raggiungere la stazione Tiburtina. La soddisfazione dei residenti che si sono presentati puntuali, lunedì mattina, all’appuntamento con il nuovo treno trapela dalle immagini e dai post pubblicati nella pagina Facebook del Comitato di quartiere Nuovo Ponte di Nona. “In 20 minuti ero a Termini  con posto a sedere. Mi sono risparmiato i km per arrivare alla metropolitana in macchina”. “Mi sembra ancora un  sogno. Invece è realtà! Ho preso il treno delle 6.34 diretto a Termini! Comodissimo!”».

Il 5 dicembre 2015 ho partecipato a un’assemblea pubblica a Torre Spaccata, con Gennaro Migliore, e posso testimoniare di avere ascoltato commenti altrettanto entusiasti sulla linea C. Pur fermandosi ancora soltanto a Lodi, fa risparmiare mezz’ora di tempo al giorno a molte decine di migliaia di persone che abitano in quel quadrante di città e lavorano in centro. Per onestà devo dire che ho anche ascoltato forti lamentele sullo stato della manutenzione stradale, che io e Gennaro possiamo confermare perché abbiamo percorso quelle strade in motorino per tornare a casa e ancora oggi ci  domandiamo come sia possibile essere sopravvissuti.

25 nuove stazioni metro
Il tratto Pantano-Centocelle della linea C è entrato in esercizio il 9 novembre del 2014 con 15 stazioni. Quello successivo, fino a Lodi, il 20 giugno 2015 con 6 stazioni. Il 13 giugno 2012 è entrato in esercizio, sulla linea B, il tratto Bologna-Conca D’Oro con 3 stazioni. Il 21 aprile 2015 il prolungamento fino a Piazzale Jonio, interamente finanziato dal Comune – mi si scusi per questa precisazione, tipica di chi ha svolto la funzione di assessore al bilancio. Insomma: 25 nuove stazioni di rete metropolitana, che migliorano la vita a centinaia di migliaia di persone. Mi stupisce che oggi, nella discussione sulla vicenda romana, nessuno ricordi questi fatti, che sono il frutto di un impegno alto del centrosinistra. Ci sono voluti venti anni di lavoro: negli anni ’90 la programmazione generale, nel primo decennio del nuovo secolo l’attuazione, con la costruzione del quadro finanziario e l’apertura dei cantieri. Dato che il ciclo degli investimenti infrastrutturali è molto lungo, ho il timore che nella stagione che stiamo vivendo non ci sia uno sforzo di programmazione e progettazione per il futuro di dimensioni analoghe a quello di venti e dieci anni fa. La città ne soffrirebbe: è necessario completare la linea C, fare i prolungamenti oltre il GRA delle metropolitane esistenti, primo fra tutti fra Rebibbia e Casal Monastero, potenziare le ferrovie locali, a partire dalla Roma-Lido e dal tratto urbano della Roma-Viterbo, continuare la “cura del ferro” con tram e corridoi della mobilità.

L’esistenza di specifici problemi gestionali su alcuni dei cantieri realizzati o in corso non è un buon motivo per smettere di fare investimenti: la linea C è diventata l’esempio nazionale delle promesse mancate della legge obiettivo, ma oggi  abbiamo un nuovo codice degli appalti e possiamo utilizzarlo. In effetti quando il 28 luglio 2015 approdai in Campidoglio ebbi proprio questa impressione: poco o nullo coordinamento fra gli uffici, incertezza sulle strategie a medio e lungo termine. Sul Giubileo trovai un lungo elenco di 138 lavori di manutenzione stradale. Gli interventi per il Giubileo, però, non potevano limitarsi alle sole manutenzioni stradali, dovevano affrontare uno spettro molto più ampio (trasporto pubblico, rifiuti, sicurezza, verde e decoro urbano, eccetera).

È questo il motivo per cui il primo  piano di allocazione delle risorse destinate al Giubileo, 50 milioni, non venne approvato dal Consiglio dei ministri del 6 agosto e fu rimandato a 127, perché in realtà il piano era ancora tutto da costruire, un lavoro che è stato fatto  durante il mese di agosto con piena collaborazione del governo e soprattutto di Claudio De Vincenti.

Ecco uno dei  risultati di quel lavoro, dalla cronaca romana del Corriere della Sera, 29 gennaio 2016: «Degrado cancellato. La cartolina «verde» con lo sfondo del Colosseo è stata ripulita dalle macchie. Il Parco di Colle Oppio tristemente famoso per i rifiuti e l’abbandono del verde è stato riqualificato dopo un mese e mezzo di lavori, secondo il piano del Campidoglio degli interventi straordinari per il Giubileo. Restaurati fontane e viali, messi nuovi lampioni e nasoni, ripristinato il roseto con il pozzo per l’irrigazione dei giardini. E i cancelli chiusi la sera. Gli interventi di riqualificazione straordinaria del valore di 309 mila euro, parte dei lavori sul verde al quale sono stati dedicati 6 milioni dei 50 complessivi stabiliti lo scorso agosto dall’ex giunta di Ignazio Marino, sono stati portati a compimento dal commissario Francesco Paolo Tronca».

Non mi appassionano le inaugurazioni, non è questo il punto. Però il centrosinistra, il PD e lo stesso governo dovrebbero trovare il modo di valorizzare questi risultati. L’apertura della stazione ferroviaria a Ponte di Nona, così come la restituzione alla pubblica fruizione dei giardini di Colle Oppio di fronte al Colosseo (e tante altre cose) derivano dall’impegno nostro e di strutture tecniche e amministrative che, nonostante la cattiva reputazione che ormai è stampata sul marchio Comune di Roma, hanno lavorato e lavorano con competenza, dedizione e sacrificio. Ulteriori risultati potranno venire dagli stanziamenti dedicati a Roma nel decreto “territori” (circa 160 milioni, di cui un centinaio per investimenti, in linea con le richieste avanzate al governo da chi scrive queste righe nei mesi di settembre e ottobre), con cui il Campidoglio potrà rafforzare in modo permanente, e cioè non soltanto per l’anno giubilare, la dotazione di servizi pubblici della città, a partire dal punto di massima crisi, la flotta e la manutenzione del trasporto pubblico locale, ma anche l’illuminazione pubblica e la logistica del sistema di raccolta dei rifiuti. Sulle manutenzioni del trasporto – autobus e tram fermi nei depositi per mancanza di pezzi di ricambio, treni da revisionare, infrastrutture su cui intervenire – per la prima volta dopo quattro anni, fra stanziamenti di bilancio e fondi giubilari, si passa da zero (confermo: zero!) a circa 45 milioni.

I fondi strutturali
Per l’acquisto di treni, tram e autobus sono appena arrivati 50 milioni dai fondi strutturali, che si aggiungono ai 40 destinati a Roma sul programma dedicato alle aree metropolitane. Il Campidoglio potrà e dovrà presentare progetti e acquisire nuove risorse sui fondi stanziati dal governo per le periferie e gli impianti sportivi: potenzialmente, se i progetti saranno validi, a Roma potrebberro affluire alcune decine di milioni di euro. Un’occasione importante per varare interventi diffusi di ricucitura urbana, di decoro e di recupero di beni pubblici (piazze, scuole, edilizia pubblica, fermate degli autobus, (eccetera), su cui invito il commissario governativo a lavorare in stretto contatto con i presidenti dei quindici municipi. Ancora, vanno portati a compimento gli importanti progetti su cui ha lavorato Giovanni Caudo, Telecom all’EUR e housing sociale a Muratella e Santa Palomba, con l’attivazione di una forte sponda finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti e un volume di spesa di circa 250 milioni: da soli valgono più del Giubileo, una boccata di ossigeno per il tessuto economico della città.

Fin qui ho parlato di investimenti. Anche sulla gestione corrente i “guastatori” della giunta Marino hanno qualcosa da raccontare. Marco Rossi Doria ha gestito la crisi delle precarie delle scuole riuscendo a fare emettere dal governo una circolare interpretativa firmata da ben quattro ministri. Il contratto di servizio dell’ATAC è stato chiuso nei primi giorni di agosto ottenendo un aumento del contributo regionale, su iniziativa mia e di Esposito. La delibera consiliare su AMA, modificata rispetto al testo iniziale, introduce la prospettiva di una partnership industriale. La soluzione della questione del salario accessorio dei dipendenti capitolini, arrivata qualche mese dopo, è stata ottenuta modificando l’approccio precedente, smettendo cioè di difendere l’indifendibile e ponendosi in una prospettiva di innovazione, e trovando su questo l’accordo con la controparte sindacale.

Sono arrivato alla fine di questo lungo racconto che Erasmo D’Angelis mi ha sollecitato e che gentilmente l’Unità ospita. Non posso omettere di dire qualcosa sul bilancio e sul debito del Comune, anche perché le informazioni su questa vicenda riportate da Marino nel suo libro sono superficiali e distorte. Mi aiuta per fortuna l’audizione tenuta martedì 5 aprile in Parlamento da Silvia Scozzese, che finalmente porta trasparenza sul piano di rientro del debito pregresso del Comune di Roma stabilito con le norme straordinarie del 2008 e del 2010, una trasparenza che non c’è stata negli anni passati con i precedenti commissari. La Scozzese in primo luogo conferma quanto ho sostenuto fin da otto anni fa: la massa passiva che costituisce il “debito pregresso” è stata formata sommando mele con pere, e cioè debiti finanziari certi (mutui e titoli) con debiti non finanziari della più disparata natura, in particolare debiti commerciali (pagamenti ritardati) e pagamenti richiesti dalle aziende dello stesso Comune. Sono poi state sommate, alle mele e alle pere, anche le arance, sotto forma di possibili pagamenti futuri di cui non sono ancora oggi accertati, a otto anni di distanza, né l’entità né i soggetti creditori, e si tratta clamorosamente del 43 per cento dei casi, riferibili soprattutto allo storico contenzioso urbanistico. La Scozzese conferma che il debito finanziario del Comune di Roma, quello cioè costituito da mutui e titoli e finalizzato agli investimenti, era nel 2008 in termini pro capite in linea con i dati delle altre grandi città italiane, e anzi leggermente inferiore. Aggiungendo le altre voci la gestione commissariale ha operato nel corso degli anni come cassa di compensazione per le necessità di pagamento del Comune. I due fattori, lo sgravio del debito finanziario storico (ratei e interessi) e i pagamenti da parte del commissario dei debiti non finanziari, hanno beneficiato il bilancio ordinario del Comune.

Con l’invenzione tremontiana dello scorporo del debito il governo Berlusconi ottenne tre piccioni con una fava. Primo, dichiarò uno stato di crisi del Campidoglio pur non essendoci gli estremi per una dichiarazione di dissesto. Ho raccontato come Linda Lanzillotta nel 1993 e io nel 2001 fummo ricevuti dai ragionieri generali del Comune, e mi immagino una scena simile con Ezio Castiglione, il primo degli assessori al bilancio della giunta Alemanno. La situazione però era profondamente diversa, perché all’inizio del 2008 il bilancio del Comune non aveva problemi in termini di competenza, ma invece in termini di cassa. Una vera e propria crisi di liquidità cominciata durante il 2007 e provocata dai mancati pagamenti dei trasferimenti dovuti dalla Regione Lazio, per un ammontare che arrivò addirittura a 765 milioni. La Regione Lazio era andata, come si ricorderà, in crisi per un eccesso di spesa sanitaria accumulatosi durante la gestione Storace e scoperto solo dopo più di un anno dalla nuova giunta. Smettendo di pagare al Comune i contributi di legge su trasporto, assistenza, sociale, eccetera, operò una trasmissione della sua crisi sul Campidoglio. Secondo piccione, Tremonti diede un buon aiuto al suo alleato Alemanno. Terzo piccione, il centrodestra ebbe la possibilità di montare una campagna mediatica contro l’allora leader dell’opposizione parlamentare ed ex sindaco della capitale.

II bilancio del Comune
Il beneficio ottenuto per il bilancio del Comune è stato sperperato fra il 2008 e il 2013: durante la gestione Alemanno si registra un rilevante aumento della spesa corrente, lievitata di un miliardo di euro, come certificato dalla relazione degli ispettori del MEF all’inizio del 2014. La dinamica incontrollata della spesa corrente comunale ha fatto ereditare alla nuova giunta subentrata nel 2013 un deficit strutturale di circa 800 milioni, che è oggi in fase di riassorbimento attraverso il piano di rientro codificato dalle norme cosiddette “salva Roma”. Il piano di rientro prevede che la spesa corrente del Comune resti inalterata, intorno ad un livello di 4,1 miliardi (era 3,2 nell’ultimo bilancio della gestione Veltroni). Le informazioni fornite dalla Scozzese sulla gestione finanziaria dell’ufficio del commissario di governo confermano quanto sostengo da tempo, anche con un apposito progetto di legge depositato alcuni anni fa, e cioè che la gestione di queste masse finanziarie è stata nel corso degli anni più costosa e più inefficiente di quanto il Comune avrebbe potuto fare operando con gli strumenti ordinari. Basta pensare al fatto che il Comune di Roma non ha beneficiato, per sé e per le sue aziende, dei mutui governativi per il pagamento dei debiti commerciali introdotti dal decreto 35 del 2013, ad un costo di meno dell’uno per cento di interesse, continuando invece a tenere aperte posizioni debitorie al costo del 4-5 per cento. Ciò significa che una gestione più attenta può restituire risorse alla città, sotto forma di minori imposte e/o di maggiori disponibilità di spesa. È necessario però che il governo si convinca a “smontare” il complicato, barocco e poco trasparente apparato normativo costruito ad hoc per questa operazione.

Per evitare inutili polemiche devo anche ricordare che il titolo obbligazionario emesso dal Comune di Roma fra il 2003 e il 2005 permise di chiudere vecchi mutui precedenti aventi tassi d’interesse molto più elevati, in alcuni casi a due cifre, con risparmi annui di circa 200 milioni. Essendo un titolo a tasso fisso la legge prevedeva l’obbligo di una copertura assicurativa tramite derivati collegati ai tassi d’interesse, esattamente come fa il Tesoro della Repubblica sui BTP. Nessun derivato, insomma, è stato varato per motivi speculativi, ma solo per corrispondere agli obblighi di legge. Mi stupisce, anzi, che questi derivati siano stati chiusi. E che lo siano stati proprio durante il 2011, nella stagione più difficile dei mercati finanziari italiani. Si ha quasi l’impressione, in base alle informazioni fornite da Silvia Scozzese, che l’ufficio governativo del commissario abbia durante il 2011 giocato contro l’Italia, sperando di potere riacquistare il titolo obbligazionario in seguito ad una sua svalutazione.

Evento che per fortuna non si è realizzato, grazie alle politiche di stabilizzazione del governo Monti, ma che sembrerebbe aver lasciato qualche riflesso negativo nei bilanci dell’ufficio commissariale. La storia, purtroppo, non è molto edificante. Mi sono convinto, tornando in Campidoglio nel 2015, che l’allentamento del vincolo di bilancio e l’espansione della spesa corrente dopo il 2008 siano stati un fattore concomitante e permissivo per la diffusione dei fenomeni di degrado e corruzione all’interno dell’amministrazione. E la cosa grave è che in seguito a queste vicende il Comune di Roma è restato con disponibilità finanziarie per investimenti limitate, molto al di sotto di quanto avveniva prima (parliamo, oggi, di meno di 200 milioni contro cifre di 4-500 milioni prima del 2008) e da qui è nato il forte e insostenibile abbassamento dei livelli di manutenzione della città. Il piano di rientro disposto dal “salva Roma” andrebbe rivisto per consentire spazi aggiuntivi agli investimenti. Si vede bene allora, anche da questo versante, che per risollevare Roma è essenziale un impegno di lunga lena del governo nazionale.