Ignazio Marino Roma guarda

Ignazio Marino: “Mi ci gioco la vita, riuscirò a cambiare Roma”

Francesco Merlo intervista Ignazio Marino, la Repubblica, 11 giugno 2015

 

Mi dice: «Il mio nemico è stato il Pd di Roma». Gli chiedo se questo non è un alibi e Ignazio Marino, col prodigio della coincidenza, apre la porta ed esibisce Matteo Orfini che, come l’ispettore di Gogol, si presenta così: «Passo la mia giornata dentro il Pd di Roma a controllare, a chiudere e a cacciare». Io la passo invece tutta con il sindaco e alla fine mi convinco che Marino è il colpevole al quale non si può rimproverare nulla o forse è l’innocente al quale si può rimproverare tutto: «Guardi — mi dice — che Buzzi, come dannato redento, era piaciuto persino al presidente Oscar Luigi Scalfaro che andò all’inaugurazione della sua cooperativa». Il diavolo e l’acqua santa? «Appunto. Perché pensa che il mio vicesindaco Luigi Nieri potesse smascherare il diavolo che era riuscito a truffare Scalfaro?».

Secondo Buzzi, il suo Nieri chiedeva assunzioni in cambio di appalti. E Daniele Ozzimo? Dicono che lei voleva promuoverlo alle politiche sociali: il lupo a guardia dell’ovile. «È una balla assoluta. Una sola volta Ozzimo riuscì a condizionarmi, quando mi convinse a non cacciare anche il direttore generale dell’Ama, Giovanni Fiscon. Oggi sono entrambi arrestati». E Pier Paolo Pedetti? «Non c’entro nulla con Pedetti». E Marino mi fa una mappa delle nomine che gli furono «imposte dal Pd». Ma non è il suo partito? «Da senatore ero indipendente. Poi mi presentai alle primarie avversario di Bersani e Franceschini. Presi, inaspettatamente, mezzo milione di voti. È un partito che mi ama. Sono i capibastone di Roma che mi odiano».

Ogni volta che incontro Marino e vado un po’ a zonzo per il Campidoglio penso che il contrasto conferma lo sgomento della politica capitolina: qui c’è la monumentalità a guardia della cloaca. Da un lato gli arazzi e il trionfo di Augusto imperatore, dall’altro la suburra e Mafia Capitale: «Vorrei che diventasse un museo e che la politica e gli uffici fossero trasferiti altrove». Mi porta in giro per il palazzo «immenso e bellissimo ma con improvvisi budelli in cemento armato, terrazze e balconi, reperti d’epoca, la vista sui Fori. Mi vanto di conoscerlo meglio di tutti».

Mentre attraversiamo un corridoio di servizio Marino torna quello della bici e dei curricula «quello — dice — che anche con i simboli vuole cambiare Roma» e fa il chirurgo “americano” nella città di Alberto Sordi: «Proprio in quel disgraziato giorno quando un’auto guidata da un rom travolse i passanti e uccise una signora filippina io ero a Philadelphia. Mi stavano dando una laurea ad honorem in Scienze…». E mentre mi racconta della toga nera con il collare verde, gli chiedo cosa dicono a Philadelphia della mafia a Roma. «Lei non ha idea di quanta solidarietà mi arrivi dagli Stati Uniti, ma anche dall’Australia…». Si sente più capito da loro che dai romani? «Certo, all’estero mi applaudono subito, mentre a Roma fatico: quando ho chiuso i Fori alle auto, all’inizio mi fischiavano. Ora pensano che sia stato sempre così».

In una sala piena di statue antiche e di tappeti dove si accumula la polvere dell’istituzione gli domando se teme un commissariamento, lo scioglimento per mafia di questo Colle Eterno. «Invece di chiudere Roma per mafia noi stiamo chiudendo Roma alla mafia». E va bene, gli dico, che non vi siete accorti che Buzzi era un “Er più” trasformato in padrino, ammetta però che mai Roma era stata ridotta così. «Lo so bene, ne sono consapevole. E penso anche io che la civiltà riparte dal decoro. Nel mio ospedale tenevo un semaforo che cambiava colore quando qualcuno alzava la voce. Lo metterei nella sala del Consiglio comunale». Ma il degrado non è fatto solo di rumore. «Con il prefetto abbiamo approvato un piano contro l’abusivismo del commercio. Presidieremo giorno e notte le zone turistiche e di culto».

E allora perché ha permesso che Roma diventasse il set che qualunque sceneggiatore avrebbe voluto per un film sulla mafia? «Guardi, il bilancio non era stato approvato e dunque si poteva intervenire solo con affidamenti privati e proroghe. Certo, avrei potuto aggiustare le strade, ma solo utilizzando imprese opache. Adesso invece abbiamo fatto le gare d’appalto con un rigoroso controllo di legalità. E vedrà che già in luglio la città sarà tutto un cantiere». Ecco, c’è del coraggio nel sindaco che sfida l’ironia della città: Petrolini diceva che il cantiere a Roma è il luogo dove si va a cantare «Io mi ci gioco la vita. Riuscirò a cambiare Roma. E a partire dal decoro».

E mi racconta di quelle «due signore settantenni che vivono per strada, vicino a Termini e ogni mattina defecano per terra. Senza violenza le abbiamo convinte che sarebbero state meglio in una struttura sanitaria e proprio oggi le abbiamo trasferite». Vuole ospedalizzare tutti i senza casa e i mendicanti? «No, certo. Ma qualcosa faremo. A Roma c’è la più alta concentrazione di immigrati, 9mila. In Sicilia sono 22mila, ma sparsi in tutta l’isola. Ho chiesto che non ce ne assegnino più». Davvero non ha mai pensato di dimettersi e scappare a Philadelphia? «Al contrario. Mi sento solo all’inizio. E mai come adesso sono deciso a restare, sicuro di farcela. Persino mia figlia, che era categoricamente contraria alla mia candidatura adesso è orgogliosa di suo padre sindaco».

E la spazzatura che circonda e ammorba la città? Uscendo, Marino mi porta a vedere il muro accanto all’ascensore dove «la gente, mentre aspetta, appoggia la suola della scarpa. L’ho pulito io con le mie mani, e l’ho fatto pulire almeno trenta volte, poi ho deciso di metterci il plexiglas che non è bello ma funziona. E voglio dire che puliremo Roma come abbiamo pulito questo muro». Lei guarda le terribili foto che pubblica il benemerito sito www.romafaschifo.it? «Certo che le guardo. Quale che sia la loro opinione politica li considero miei alleati». Usciamo a fare una passeggiata per via Cavour, via Urbana, il quartiere Monti, i Fori imperiali: «A Roma sono cresciuto, ho studiato al Tasso, mi sono laureato alla Cattolica, e in una sala operatoria del Gemelli ho conosciuto mia moglie che faceva l’infermiera. So tutto di questa città e la capisco anche dal punto di vista dell’umanità».

C’è molto caldo e ci sono in giro più turisti che romani. Non è un bagno di folla ma il sindaco non è maltrattato. Una ragazzo in Vespa grida: «I cinesi, dovete caccia’ i cinesi». Una signora che si chiama Palmieri lo ferma per dirgli che «non è vero quello che dicono di lei i giornalisti». E cosa dicono? «Parlano male, ma sbagliano». Da un portoncino di legno viene fuori una donna anziana. E contenta di camminare accanto al sindaco e vuole essere gentile. La strada è sconnessa: avvallamenti, buche, rigonfiamenti. Chiedo alla signora se ha mai sentito parlare di Mafia Capitale. «Certo». E questo sindaco è innocente? La signora lo guarda imbarazzata: «Non mi intendo di politica». Poi dice: «Una volta su questi sampietrini mi sono rotta il piede. Ma era… un’altra amministrazione». Si ferma un’auto. Alla guida c’è la preside del Visconti (elementari e medie). Scende e lo abbraccia: «Lei è bravissimo».

Marino mi racconta che a luglio toglieranno i sampietrini, «a cominciare da piazza Venezia e da via Nazionale. Li lasciamo solo nelle zone pedonalizzate». Poi mi fa la mappa dei monumenti che sta facendo restaurare, «con danaro privato: le 7 colonne del Tempio della Pace le paga uno degli uomini più ricchi della Russia, Usmanov. Ha messo 12 milioni di euro». Quando avverrà, gli chiedo, questo miracolo? Quando i romani si accorgeranno che la città è diversa, senza più abusivismo né fogne a cielo aperto, strade pulite, buche riempite, niente auto in terza fila, mendicanti pieni di decoro? «Faremo la rivoluzione della manutenzione». E scommette: «Già l’8 dicembre, all’apertura del Giubileo, Roma sarà completamente diversa». Non era meglio, gli dico, aspettare quel giorno per fare il segno della vittoria? Marino non si è pentito di averlo fatto lunedì in aula in faccia ai grillini che gli gridavano di dimettersi: «Cos’altro avrebbe fatto un gentiluomo siciliano se avesse visto un consigliere comunale, un uomo delle istituzioni, arrampicarsi sulla statua del navarco di duemila anni fa per attaccarci sopra il suo cartello?».

Forse, rispondo, un gentiluomo gli avrebbe detto di stare attento a non farsi male. Marino invece ci ha visto il vilipendio. Ma si può cantare vittoria davanti all’empietà di Mafia Capitale? «Io — dice — ho anticipato Pignatone, ho cacciato Panzironi dall’Ama, ho chiuso la discarica, ho reciso i contratti di favore, ho imposto di approvare un bilancio e ripartire con le gare mettendo fine agli affidamenti e alle proroghe…» e mi mostra quelle che chiama «le carte», la richiesta a Saccomanni di mandare gli ispettori e la Finanza… Il paradosso è che il marziano Marino crede davvero che l’8 dicembre Roma diventerà come Pittsburgh o Philadelphia, aria, luce, pulizia, gerani sui balconi. Ci sarà persino «il collegio nazionale dei bimbi danzatori, un convitto per portare all’Opera di Roma tutti i futuri Roberto Bolle d’Italia».