Sulla ricerca in Italia, a Roma e sulle strutture che la rendono possibile…

A Roma esiste una BIBLIOTECA NAZIONALE. Come dice il nome, è una biblioteca di interesse nazionale, quindi molto importante. I ricercatori che ad agosto hanno minori impegni istiuzionali, di solito, usano il periodo per lavorare (scrivere, fare ricerca etc.).
Hanno ovviamente bisogno delle strutture adeguate. Per un umanista, sono importanti le biblioteche. Per esempio, proprio la Biblioteca Nazionale. Ma questi sono i suoi orari attuali (presi dal sito):

Dal 11 al 23 agosto
Lunedì – sabato: 10.00 – 11.00
Per informazioni generali sulla biblioteca e sul prestito [sì, significa proprio quello che c’è scritto: quell’ora di apertura serve solo a chiedere informazioni…]

Questi, invece, sono gli orari della Bibliothèque Nationale de France, a Parigi, tanto per avere un metro di paragone:

Ouvert du mardi au dimanche
Fermé les jours fériés :

1er janvier
lundi de Pâques (21 avril 2014)
1er et 8 mai
jeudi de l’Ascension (29 mai 2014)
lundi de Pentecôte (9 juin 2014)
14 juillet
15 août
1er et 11 novembre
25 décembre

N.B.: in agosto, chiude soltanto il 15.

Buon lavoro ai ricercatori italiani (e romani)… ? Poi, magari, se qualcuno si chiede perché l’Italia, Roma, siano poco attraenti per i ricercatori stranieri, qualche risposta riesce a formularla.

Ecco, per rendere Roma una città internazionale, non c’è bisogno di fare una rivoluzione. Pensare alle grandi rivoluzioni è il deterrente migliore per qualunque proposito di intervento (una rivoluzione non è uno scherzo, impegna, mette tutto sottosopra, chissà quanto tempo richiede… meglio rimandare… quindi, restiamo come stiamo…). Ci sarebbe un gran bisogno, invece, di mettere in funzione quello che c’è. Perché, incominciamo a farci caso: il patrimonio romano è fermo da decenni, intoccabile, da ogni punto di vista.

(Raffaella Petrilli)

Il malessere del sistema universitario specchio del Paese

 

In un lungo editoriale pubblicato sulla Repubblica giovedì 7 agosto, Francesco Merlo dice che l’università italiana sarebbe in pieno naufragio. L’indignazione di Merlo nasce da un fatto oramai notissimo: Vincenzo Mastronardi, professore all’Università la Sapienza, ha invitato Francesco Schettino a intervenire a un seminario svolto nell’ambito di un master di criminologia. Per chi non lo ricordasse, Schettino è stato il capitano della Costa Concordia, naufragata all’isola del Giglio il 13 gennaio 2012, causando 32 morti tra i passeggeri. Per quel fatto,  Schettino è ora sotto processo per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave.   Come profilo criminale (presunto, almeno fino alla conclusione del processo) non c’è male. Il punto è che il professor Mastronardi ha invitato Schettino non come esempio di attore criminoso, ma in una non meglio precisata veste di esperto o “commentatore”.

Da qui l’indignazione di Merlo: «dietro la lezione di Schettino c’è il rumore senza sostanza dell’università italiana, il vuoto di sapere». L’idea di Merlo è condivisa dai moltissimi che sulla stampa, nelle tv, sui social hanno ripreso e commentato il fatto, e hanno concordato sul malessere profondo dell’università italiana.

A noi, qui, spetta un atteggiamento diverso. Dobbiamo guardare e studiare attentamente i problemi, valutare il rischio serio del “naufragio” dell’università avendo però sempre l’obiettivo di cercare soluzioni, di formulare una proposta per migliorare la situazione. Unirsi semplicemente al coro degli indignati (e noi lo siamo senza alcun dubbio) non basta, perché non serve a niente.

E allora, ecco qualche pensiero necessario:

1) il sistema universitario italiano è ammalato ma non è morto. Ha docenti seri, oltre che docenti poco seri; produce ricerca rinomata a livello mondiale, e non solo raccomandati; e produce laureati di prim’ordine, e non solo abbandoni (per inciso: Mario Draghi, che Merlo assegna alla Bocconi, si è laureato alla Sapienza, con Federico Caffé).

2) Nell’università italiana, i “controlli di qualità” della didattica, della ricerca, dell’amministrazione sono la regola, oramai da qualche anno. L’università è l’unico settore della vita nazionale ad essere valutato in ogni sua mossa. Secondo molti attenti osservatori, il sistema di valutazione va migliorato, ma c’è. Miglioriamolo, valutiamo di più e meglio.

3) C’è una causa fortissima del male dell’università italiana: è il male della società italiana. La società italiana (a tutti i livelli, anche a quello della rappresentanza politica) ha dimenticato completamente «l’importanza del ruolo della cultura e della scienza come fondamento della crescita economica e morale della nazione» (Ferdinando Bocconi, imprenditore consapevole e fondatore dell’università che porta il suo nome, a Milano).

I paesi europei che “tirano”, come la Germania, le potenze mondiali come gli USA non mettono mai in discussione il valore strategico della cultura e della ricerca. Non tagliano, come facciamo noi, le spese per scuola, istruzione e ricerca. La dequalificazione dell’università inizia da qui. Cambiamo verso e smettiamo di tagliare i fondi per scuola, università, ricerca. Noi siamo il paese in cui il “volto noto” della tv tira più della competenza scientifica, in cui un barbiere della Camera dei Deputati, a fine carriera, guadagna tre volte di più di un professore di liceo a fine carriera. E’ questo il Paese che corre a sentire lo schettino di turno. Con e senza crimine. L’inqualificabile invito del professor Mastronardi, evidentemente, asseconda il main stream (cioè: Mastronardi conosce i suoi polli!).

(Raffaella Petrilli)

 

Tre punti per un programma di governo sull’Università

1) Aumentare le risorse per l’Università è condizione di crescita del paese.

Si sente spesso ripetere che le Università italiane hanno un pessimo piazzamento nelle classifiche internazionali. Questo sarebbe la prova del cattivo funzionamento delle Università, dei servizi che erogano e della ricerca che produce. Si trascura, però, di considerare che i cattivi risultati sono direttamente collegati al calo progressivo delle risorse che sono state attribuite alle Università negli ultimi dieci-quindici anni, che ha raggiunto oramai livelli assoluti molto preoccupanti. Per intenderci: la sola università di Harvard spende in un anno la metà dell’intero finanziamento annuale che il Miur concede al sistema universitario italiano nel suo complesso. Non ci si può stupire che l’Italia sia:

– al 32° posto su 37 paesi OCSE, nel rapporto tra le spese per le Università e PIL;

– al 18° posto su 20 paesi appartenenti sempre all’area OCSE quanto al rapporto tra ricercatori accademici e occupati;

– al 21° posto su 26 nel rapporto tra studenti e docenti.

Perciò: incrementare consistentemente le risorse a disposizione delle Università è la condizione imprescindibile per migliorare le loro prestazioni, la loro posizione nelle classifiche internazionali, per attrarre studenti di altri paesi; per assicurare ai giovani la prospettiva di un impegno serio nel settore della ricerca.

2) Elaborare e realizzare una seria politica del Merito e della Valutazione

Da qualche anno, le politiche universitarie insistono sul “merito” e la “qualità”, quali criteri fondamentali per distribuire le risorse tra gli atenei. Ma le soluzioni pratiche che si offrono sono male impostate e mal realizzate.

Sono male impostate perché si ragiona come se qualità e merito emergano immediatamente riducendo le risorse. Eppure, dovunque nel mondo sono le risorse a promuovere qualità e merito.

Sono mal realizzate perché la politica universitaria attuale:

– riduce le risorse in una misura mai avvenuta in passato, con tagli indiscriminati a corsi di laurea ed università;

– concepisce e realizza la valutazione come u’operazione amministrativa. Questa “amministrativizzazione selvaggia” non sta facendo altro che schiacciare università, docenti e ricercatori in complicati reticoli burocratici che richiedono un grande dispendio di energie e di risorse. Anziché favorire valutazioni oggettive e corrette, l’amministrativizzazione selvaggia della valutazione aumenta le possibilità dei ricorsi ai giudici.

Elaborare e realizzare una seria politica della valutazione della qualità ripensando i meccanismi organizzativi e procedurali della valutazione fin qui attuata. L’ ANVUR (il soggetto pubblico che valuta la didattica e la ricerca) deve essere davvero indipendente dal Ministero; e deve concepire la valutazione come attività di controllo che individua le disfunzioni nelle Università e indica i supporti necessari per correggerle tempestivamente.

3) Semplificare l’apparato di governo delle Università e delle sue regole.

Attualmente, l’Università italiana è retta da un numero enorme di leggi e da un numero ancora più consistente di atti ministeriali. In questo modo si producono frammentazione e iper-regolazione, che ledono il principio fondamentale della certezza del diritto; si deresponsabilizzano le università e si comprime la loro autonomia; si appesantisce il centro ministeriale; si burocratizza la vita universitaria.

Bisogna semplificare, arrivando a un testo unico di tutte le disposizioni in materia universitaria. Sarebbe un elemento fondamentale per dare semplicità e certezza al sistema universitario nel suo complesso.

Attualmente, l’architettura del governo del sistema universitario si presenta come una struttura policentrica che, da un canto, non consente una chiara distinzione tra valutatori e policy makers, dall’altro, ostacola l’assunzione (e l’identificazione) di responsabilità da parte dei vari centri decisionali.

Bisogna ripensare la “governance” del sistema universitario identificando un centro forte, con le funzioni di:

a. elaborare le politiche formative;

b. valorizzare le autonomie universitarie, fortemente compresse negli ultimi anni dalle politiche di contenimento della spesa;

c. identificare nuovi meccanismi di partecipazione delle comunità scientifiche alla formazione delle politiche nazionali in materia di ricerca e università;

d. razionalizzare e ripensare i vari enti centrali specializzati che svolgono funzioni di supporto alle politiche nazionali.

(Raffaella Petrilli, Giulio Vesperini)