Introduzione all’Assemblea sull’Arte contemporanea a Roma

Buon pomeriggio,  buon pomeriggio a Tutti. Permettetemi di ringraziare per primi chi ci ospita in questa meravigliosa sala, Emanuela Sestieri e Andrea Visone. Un  Grazie mio personale, per la loro presenza non scontata oggi qui,  va all’Assessore alla Cultura del Comune di Roma Flavia Barca e alla Presidente della commissione cultura del Comune di Roma Michela Di Biase.

Grazie al mio Segretario Lionello Cosentino e a tutta la Segreteria del Pd Roma che mi ha supportata in questa idea di realizzare un incontro  con tutti voi, a cui va il grazie più sentito, per  essere qui  rispondendo all’invito che il Partito democratico romano vi ha rivolto. Invito che vuole essere informale, chiaro, senza rete sullo stato dell’arte oggi a Roma e su come se ne può uscire, insieme, dalla crisi che ci attraversa, con la volontà di creare  una collaborazione e un’ interlocuzione costante e proficua per Tutti.

Per tutti noi che amiamo questa città, pur non essendone molto spesso  nativi  ma amandola come sa amare chi la conquista giorno dopo giorno e come sa  farsi amare la città stessa. Ed è  il mio caso!

La presenza così numerosa, stasera, delle cosiddette quattro gambe dell’arte contemporanea: artisti / galleristi e rappresentanti delle istituzioni museali / critici-storici dell’arte e giornalisti / collezionisti;  oltre a Presidenti,  assessori di Municipi, responsabili di associazioni artistiche ci fa capire che abbiamo colto nel segno l’urgenza e la necessità di fare il punto su una tematica estremamente importante in generale,  per Roma ancora di più.

Roma nei secoli è stata la capitale indiscussa della produzione artistica del contemporaneo in tutto il mondo ed  è stata a lungo favorita, , rispetto ad altre capitali europee nell’attrazione di intelligenze e investimenti,  sia per la presenza di un patrimonio artistico e culturale senza paragoni, sia per il suo clima mediterraneo

Ed era riuscita ad attrarre, più o meno fino agli anni ’80,  molte energie economiche di prim’ordine ( si pensi solo al settore informatico che ancora oggi, nonostante l’uscita dell’ IBM dal territorio romano, è presente con 12.500 aziende del settore  informatico sul territorio) ma, prendiamone atto,  negli ultimi 20 anni,  si è perso questo primato,  nonostante che a Roma si sia speso molto in termini di costruzione di infrastrutture  per la cultura, pensate con l’intento di attrarre nuove energie umane e capitali .

Quella scelta pur giusta e dettata alla base dalla convinzione che nell’attuale fase di sviluppo capitalistico, le città metropolitane competono fra loro in base a nuovi paradigmi, non più dettati dall’esistenza di risorse naturali o dalla confluenza strategica fra le vie commerciali, ma  e soprattutto da un ambiente più favorevole rispetto ad un altro dove vivere e lavorare, e  che l’economia si basa, essenzialmente, sulla conoscenza e la sua trasmissione, quella scelta, quell’intuizione giusta non è stata sufficiente o forse non è stata supportata a sufficienza.

Quello che Roma non ha affrontato sono le criticità della vita quotidiana, che vanno dal caro affitti per i giovani, dall’aumento dell’inquinamento, dalla difficoltà della mobilità, ad un sistema innovativo e della ricerca troppo referenziale e privo di collegamento con le attività più produttive e quindi incapace di offrire lavoro.

Le grandi infrastrutture quali il Maxxi, l’ Auditorium, il Macro e il recupero di spazi abbandonati hanno, si realizzato un’ ottima performance dal punto di vista dell’offerta culturale per la città, ma tutto ciò sta mostrando, oggi, i suoi limiti.

E qui credo che ci si potrebbe  interrogare  se le politiche culturali del passato non avessero un vizio di fondo: cioè se non potrebbero aver perso di vista proprio il ruolo civile a cui deve sottostare un museo di arte contemporanea, che  per definizione è un luogo dove si crea cultura, è un luogo di  valorizzazione delle originali esperienze locali,  che siano capaci,  nello stesso tempo,  di tessere connessioni internazionali. A maggior ragione ce lo si potrebbe chiedere oggi in epoca di ridimensionamento della spesa. Però, discutere ancora e a fondo delle cause, ci porterebbe lontano e ci allontanerebbe dal nostro voler guardare avanti, andare oltre il nostro aldilà, per trovare altri modi e tempi di rinascita. Senza dubbio, dobbiamo tenerlo presente, ma solo come scenario, se vogliamo recuperare posizioni culturali e produttive.

Oggi a Roma, e non solo per la verità a Roma, purtroppo,  si parla unicamente di tagli ai fondi della cultura per il persistere della crisi, che però, è bene ricordarlo, non è solo finanziaria, ma etica, sociale e culturale. L’ uscita dalla crisi richiede  la costruzione di una visione condivisa di sviluppo , che ha tempi  lunghi di realizzazione, e di  questo è bene che ne siamo coscienti (il che non vuol dire non cominciare da ora, da subito, da ieri a lavorare per uscirne, magari  con un progetto condiviso già da stasera).

Oggi non è più concepibile la destinazione di ingenti risorse pubbliche,  con il conseguente  proliferare di spazi espositivi, senza avere un progetto culturale unitario in cui la cultura non sia più vista solo come, nella migliore delle ipotesi  un volano per il turismo, ma venga intesa  come collante per colmare lacune didattiche in rapporto organico con la scuola e il sistema formativo  e per sviluppare attività creative e innovative, capaci di trasformare la città in una rete relazionale, gettando un ponte tra domìni di senso diversi, che devono essere riunificati, come l’arte e la scienza. In altri termini la cultura del contemporaneo può creare sviluppo solo se le competenze artistiche-umanistiche si intrecciano con le competenze tecnico scientifiche,  come è successo in Italia nel Rinascimento.

Peraltro è noto che l’arte può fare a meno di edifici architettonici per manifestarsi , mentre non può fare a meno della committenza (richiesta) pubblica e privata, pena la sua marginalità. In Francia le istituzioni centrali e regionali hanno pensato infatti, già da anni ,di  istituire  poli della creatività. Così dovrebbe essere in tutta Europa,  e come sarà in tutta Europa,  come previsto dal piano di investimenti europei 2014/2020

Oggi l’arte contemporanea è al centro della produzione: cinema, moda, letteratura, design, multimedialità, editoria, musica, videogiochi: tutto passa per l’arte contemporanea e dalle suggestioni  che questa offre.

Un primo passo per creare un humus, un terreno adatto a far sviluppare i mille fermenti, che siamo sicuri ci sono sparsi per la città, sarebbe agevolare la creazione di residenze e spazi di lavoro per giovani artisti concentrati magari per discipline. Mi ha sempre colpito la vecchia toponomastica di Roma: via dei falegnami, dei cestàri, dei baullari e così via.. Perchè non seguire la tradizione? Se gli attori trovassero zone con una loro concentrazione? Se gli artisti trovassero luoghi da condividere? Si sa che le tribù si muovono sempre con queste modalità unitarie, spesso lo fanno in maniera non consapevole.  Diamoci consapevolezza.Favorire tutto questo, creando realtà (un terreno fertile) , comunità di artisti è il mio sogno, mi fa allargare il cuore.

So che sia l’Assessore Barca che la presidente Di Biase hanno nelle loro linee guida, e stanno lavorando perché le periferie trovino una loro identità alta, attraverso lo sviluppo artistico. Gli artisti hanno bisogno di spazi creativi e producono consapevolezza, mi sembra perciò una strada tracciata bene, a patto che si faccia di tutto per  togliere le periferie dalle loro criticità a cominciare dalla mobilità.

Gli artisti e le istituzioni culturali hanno il grande compito di rendere la realtà vera più affascinante di quella virtuale.

In questo progetto è ineludibile la necessità di aprire più teatri di cintura in cui il professionismo possa fare il proprio mestiere e ridare dignità, anche economica, agli artisti, anche in base alle positive esperienze già realizzate (esempio Tor Bella Monaca, il Quarticciolo,  Corviale,  Ostia). Presupposto  davvero essenziale per ripartire! L’ Associazionismo è sicuramente una componente importante, ma non sufficiente per risollevarci in questa sfida epocale a cui siamo chiamati. Anche nel Cinema e nell’ Audiovisivo dobbiamo sostenere la creazione di rete di imprese, di tante piccole realtà indipendenti che esistono e che fanno una fatica d’Ercole per sopravvivere, sia dal punto di vista economico che artistico.

In questa ottica ci sembra sia necessaria una maggior concertazione con la Regione Lazio, che negli anni passati ha svolto un’interessante lavoro, tramite la sua finanziaria Filas, con la creazione del distretto regionale della Cultura e dell’ Audiovisivo e con l’apertura del Laboratorio del Digitale a Viterbo.

Abbiamo visto, anche in questi mesi,  come la contaminazione di generi, partendo dalla lezione della commedia all’italiana, punto di eccellenza del nostro cinema negli anni ‘50/’60, possa essere una cifra innovativa e di successo. Non facciamola morire.  La commedia all’italiana è il classico esempio di come facendo rete e scuola si possa determinare sviluppo culturale, ma vale anche come esempio  in campo artistico la scuola romana, l’arte povera etc.

Cerchiamo di mantenere le professionalità classiche del Cinema, che ci hanno onorato nel mondo e sosteniamo la formazione di nuove professionalità, per esempio semplicemente portando a conoscenza una realtà esistente ma sconosciuta a molti: che Roma è la città dove si spende meno, nel mondo occidentale,  per la post-produzione. Troviamo nuove forme di finanziamento anche per piccoli progetti, tramite il crowdfunding  o inventandoci forme di defiscalizzazione dei tributi anche locali (comunale e municipale) per chi investe in Cultura. Fare rete è portare a conoscenza e creare sinergia anche notizie che fanno fatica a essere veicolate come la restituzione del 15% del costo del film che la Regione Lazio dà a chi gira film sul territorio laziale.

C’è poi il campo della moda italiana,  del design e dell’arredo, in primis nei  settori  luce e mobilio e l’industria del gusto, che sono diventati  icone dell’Italia ed hanno travalicato i confini nazionali ,ma poco di tutto  questo, ancora una volta,  è passato da Roma. Anche l’ occasione dell’ Expo rischia di essere per Roma un’occasione mancata perché, a quel che si sa, tutto l’indotto turistico sarà concentrato sull’ asse TO-MI-VE

Non si può ripartire dalle liti sui tagli di questo o quello spazio espositivo. Bisogna cominciare  a creare sinergia innovativa fra ricerca , educazione artistica, comunità di cittadini. Insieme alla tutela dell’ambiente e del patrimonio artistico, questo comporterà nuova complementarietà, nella giusta chiarezza e distinzioni di ruolo, fra pubblico e privato e favorirà un’atmosfera creativa .

Ecco la chiave di volta, secondo noi,  per far ripartire l’innovazione  a Roma, proprio con  un ripensamento della funzione dell’arte contemporanea. L’intervento  pubblico deve fare la sua parte creando committenza, occasioni di lavoro creativo, e incentivando  consumi collettivi  innovativi. Il sistema della ricerca deve uscire fuori dal chiuso dell’accademia. Il sistema delle imprese deve essere pronto a cogliere le opportunità che si presentano per l’industrializzazione delle idee progettuali. La riscoperta della valorizzazione dell’ambiente urbano inteso come un unicum,  non come la somma di monumenti, significa far ricerca su come l’arte può essere  applicata ad  una nuova economia sostenibile in una città storica unica al mondo.

L’arte come  potente incentivo allo sviluppo  della creatività e all’applicazione in modo intelligente delle innovazioni per tutta la filiera dell’economia romana , a partire dall’economia verde a quella culturale e turistica che oggi, ripeto, è fatta in grande parte di una miriade di piccole imprese senza o poca committenza e senza visione unitaria. Fermo restando il rigoroso rispetto per ciò che d’ ignoto, di spiazzante, di non incanalabile contiene la percezione istintiva dell’ artista che (guardate) sa sempre come trovare i fili nell’ intrico e nel caos, come seguirli, come collegarli per produrre la propria opera d’ arte, siamo sicuri che la creazione di  questo nuovo ecosistema territoriale creativo  è la vera sfida che l’ente locale deve vincere per dare all’intero Paese  e all’ Europa,  la dimostrazione che Roma può essere ancora un nodo indispensabile per l’economia e la cultura occidentale. Questo è l’asse su cui il Partito democratico vuole muoversi a Roma!

In seguito, una volta condiviso questo progetto,  quest’ idea, con le opportune integrazioni e modifiche,  che possono venire anche grazie agli apporti che lo stesso incontro di stasera farà scaturire, potrà diventare una piattaforma programmatica da trasformare,  in breve tempo in  operatività, in realtà operativa  per la città. Noi ci siamo e siamo disposti a metterci in gioco.

Giulia Urso , responsabile Cultura PD Roma