Senza Festa non so stare

Lo so, è la settimana di Ferragosto. Qualcuno è in vacanza, altri sono a casa. A tutti voglio dire che alla ripresa – il primo settembre – troveranno ad aspettarli la Festa de l’Unità Roma.
Eh lo so, quei giornali che avevano scritto che non si sarebbe mai fatta ci rimarranno male, ma ce ne faremo una ragione. La festa si farà, perché senza non sappiamo proprio stare. Sarà in un periodo diverso dal solito, ma sarà quella di sempre: volontari, concerti, cinema, teatro, sport e tanta tanta politica. Ci saranno davvero tutti perché la Festa de l’Unità è la festa di tutti. Sarà il luogo dove discutere di Roma, non solo tra di noi ma con i romani. E sarà un momento importante per lanciare la nostra campagna per il Sì al referendum.
Lo faremo in un luogo importante della città: in periferia. L’anno scorso presentammo a decine di migliaia di romani il pratone delle Valli. Quest’anno li porteremo a Pietralata, al centro sportivo Fulvio Bernardini. Un quartiere e un luogo particolare, le cui storie racconteremo nelle tre settimane di festa e nel periodo che ci separa dall’apertura. Poco a poco riveleremo le piccole sorprese di questa festa, i programmi, le attività e gli altri dettagli.
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Matteo Orfini

Matteo Orfini: “La Raggi chiarisca e ritiri le deleghe all’assessore Muraro”

Maria Zegarelli, l’Unità, 31 luglio 2016

 
 

«Mi chiedo se la sindaca Virginia Raggi, alla luce di quello che sta emergendo, non debba ritirare le deleghe all’assessora all’Ambiente Paola Muraro». Domanda retorica quella che pone il presidente del Pd, Matteo Orfini, che del partito romano è commissario. Di fatto, è lui a chiedere le dimissioni di Muraro, ex consulente di Ama che in dodici anni ha percepito dall’azienda compensi per un milione e 136mila euro. Continua a leggere

Matteo Orfini: “Il Pd torni ad essere una grande forza sociale”

Giovanna Casadio intervista Matteo Orfini, la Repubblica, 27 giugno 2016

 

“Il Pd in molte parti sembra non essere all’altezza della sfida: sono rimaste le correnti senza il partito”. Detto dal presidente dem, Matteo Orfini, è una sferzata. Orfini va al contrattacco, dopo che nella Direzione del Pd, slittata per Brexit, già alcuni compagni si preparavano a chiederne le dimissioni da commissario romano del partito, addossandogli la responsabilità della sconfitta che ha portato la grillina Virginia Raggi in Campidoglio. “Chi ci critica preferiva il Pd di Mafia Capitale. Io lascio a ottobre quando scade il mio mandato”, risponde.

Orfini, nell’onda montante dei populismi – Brexit, Spagna spaccata, Grillo vittorioso alle amministrative in Italia – al Pd sta arrivando l’avviso di sfratto dai 5 Stelle?

“Credo proprio di no. Ma non dobbiamo sottovalutare il clima che si respira in tutta Europa. Non si può non tenere conto della rabbia che cresce e che oggi viene intercettata solo dal populismo. Con la conseguenza che i costi del populismo li scopri il giorno dopo, come sta succedendo con Brexit, e li paghi per anni”.

Dicevamo, il Pd renziano è alle corde?

“Dobbiamo fare tesoro del messaggio che ci hanno mandato gli elettori. Ho visto le analisi più disparate: Bersani invoca il profumo di Ulivo, chi chiede più cambiamento, chi parla di legge elettorale, come se la risposta alle periferie rabbiose possa essere un emendamento sul premio di coalizione. Ma la questione è un po’ più profonda. Ovvero che l’enorme crescita delle diseguaglianze rende necessario per la sinistra, ancora prima di assumere le misure necessarie, radicarsi in quel disagio”.

Invece Renzi, segretario-premier, racconta un’altra storia, quella dell’Italia felice che riparte.

“Non c’è dubbio che l’Italia stia ripartendo ma la ripresa non si percepisce nei grandi quartieri delle periferie metropolitane, perché non è ancora arrivata. O noi capiamo che c’è un disagio con cui parlare e una grande forza i quei luoghi da coinvolgere nel nostro progetto di cambiamento del paese, oppure lì ci starà solo il populismo”.

Ma per paura dell’onda populista, farete slittare il referendum costituzionale?

“No, dirigenti che avessero paura degli elettori sarebbero inadeguati”.

Quindi, come correte ai ripari, dopo avere perso anche Roma e Torino? Ci vuole una svolta?

“Premesso che a Tor Bella Monaca a Roma, per fare un esempio, i voti non li abbiamo presi ora e nemmeno alle politiche. Abbiamo recuperato tra i ceti più deboli solo alle europee, quelle del 40%. Lì il nostro messaggio non era di neutro cambiamento, che non vuole dire niente, ma aveva una grande forza sociale, figlia degli 80 euro e della promessa di inclusione nel cambiamento di intere generazioni che vivevano ai margini. Quel messaggio si è perso. Più che discutere di quanto ci dobbiamo spostare al centro o a sinistra, dovremmo essere più popolari… nel senso non televisivo del termine”.

Presenta le dimissioni da commissario del Pd romano dopo la sconfitta?

“No, il mio lavoro di commissario scade a ottobre, a me resta da fare il referendum e di avviare il congresso romano, è quello che farò”.

Non si rimprovera nulla?

“Ho preso in mano un partito sotto processo, con suoi esponenti in manette e l’ho riportato a testa alta nelle strade della città. Mi pare semplicistico che si attribuisca al lavoro di bonifica la responsabilità del risultato su Roma, perché vorrebbe dire che si stava meglio quando c’era il Pd di Mafia Capitale”.

Amareggiato per la richiesta di sue dimissioni fatta dalla ministra Marianna Madia? E per D’Alema, di cui lei è stato allievo, e che ora dice: l’ho allevato male?

“Tutte le opinioni sono legittime, anche quella di Madia… a me fa riflettere vedere Massimo D’Alema annunciare girotondi per il No al referendum costituzionale”.

Lei è sempre renziano?

“Non lo sono mai stato, sono presidente del Pd. E vorrei che discutessimo senza lacerazioni quotidiane”.

Alfonso Sabella: “Lo spoil system è vecchia politica, ok l’onestà ma serve competenza”

Simone Canettieri, Il Messaggero, 17 giugno 2016
 
 

«L’onestà è una precondizione, ma serve la competenza per amministrare. Per il Comune di Roma la differenza la faranno le capacità amministrative». Alfonso Sabella è stato assessore alla Legalità della giunta Marino: tipo schietto e fumantino. Ora è inserito nella squadra di Roberto Giachetti come possibile capo di gabinetto con delega ai lavori pubblici. «Ho sempre voluto ricoprire ruoli tecnici – dice il magistrato «acchiappa mafiosi» attualmente in aspettativa – con Marino fu un’eccezione dettata da Mafia Capitale». Continua a leggere

Livia Turco: “Basta con l’autolesionismo, chi ama Roma sta con Roberto”

Federica Fantozzi, l’Unità, 17 giugno 2016
 
 

Livia Turco, ex ministro della Salute, sarà assessore al Welfare se Roberto Giachetti vincerà le elezioni. Lei proviene da una lunga militanza Pci-Pds-Ds, e dunque dall’ala sinistra dell’attuale Pd. In buona parte d’Italia, Roma compresa, Sel ha scelto la neutralità e non appoggerà il Pd. È un’occasione persa per il centrosinistra?

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«Convincerò chi non mi ha votato. Roma tornerà a funzionare con me sindaco»

Rossella Ripert, l’Unità, 12 giugno 2016
 
 
Marco Rossi Doria, che lei ha chiamato nella giunta in caso di vittoria, ha definito il suo programma «moltissimo di sinistra», ha detto che è fondato sul comma due dell’articolo 3 della Costituzione. Che farà contro le diseguaglianze se riuscirà a fare il miracolo vero e salire in Campidoglio?

«Siamo partiti dall’art. 3 della Costituzione perché Roma, oggi, ha al suo interno diseguaglianze insopportabili: in termini di aspettativa di vita, di livelli di reddito, di opportunità professionali, educative e di fruizione culturale. E siamo partiti dall’art. 3 anche per una seconda ragione. Siamo convinti che spetti al Comune contribuire a rimuovere quegli ostacoli cui si riferisce la Costituzione. Continua a leggere

«Giachetti può farcela. È l’unico ad avere competenze per governare la città»

Simone Canettieri, Il Messaggero, 11 giugno 2016

Fabrizio Barca, il Pd è uscito dalla sindrome di Mafia Capitale?
«È un malato che si è rimesso in piedi. Una cosa è certa: non è più il Pd che ha frenato la parte migliore della giunta Marino».

Ma per una vera fase nuova non sarebbe meglio per i dem perdere e ricominciare tutto da zero?
«Non so cosa serva ai dem. So cosa serve a noi romani. Non ascoltare chi è ossessionato da rancori – Marino per capirsi – ma guardare agli impegni e alla capacità di realizzarli». Continua a leggere

«A Roma solo la capacità di governo può fare la differenza»

Maria Zegarelli, l’Unità, 11 giugno 2016.

Leggermente dimagrito, il pacchetto di sigarette sempre a portata di mano, quando parla di Roma e della sua esperienza all’ assessorato alla Legalità, il volto si infiamma. Scuote la testa, «non è vero che non c’ è speranza per questa città.
Serve competenza, passione, rigido rispetto delle regole, ma Roma la possiamo salvare». Ci crede Alfonso Sabella, indicato da Roberto Giachetti quale Capo di Gabinetto in caso di vittoria alle elezioni. In questi giorni gira l’ Italia per presentare il suo libro, «Capitale infetta», edito da Rizzoli, e di tempo ne ha: magistrato in aspettativa, per di più senza stipendio dallo scorso novembre, quando è caduta la giunta Marino. Rimpianti? «Neanche a pensarci». Continua a leggere

Anna Paola Concia: “Vorrei lanciare il brand Roma, come una start up”

Claudia Fusani, l’Unità, 2 giugno 2016

 
 

Si sente un po’ come Forrest Gump quando dopo il giro del mondo si ferma sulla panchina, «un po’ stanchino». «Mi sono fatta Roma in lungo e in largo e adesso sì, sono un po’ stanchina». Paola Concia è la numero 2 nella lista Giachetti. In Parlamento dal 2008 al 2013, in prima fila nelle leggi sui diritti civili, poi rimase fuori nel 2013. E s’è inventata una nuova vita tra Roma e Francoforte dove vive con la moglie Riccarda e lavora nella Camera di commercio con l’incarico di facilitare gli affari di società e aziende romane. Continua a leggere

Piera Levi Montalcini: “Costruivo robot. Ora, mi appassiona ascoltare le persone”

Claudia Fusani, l’Unità, 1° giugno 2016

Una donna. Un ingegnere elettronico. Una che fino al 1995 dirigeva ed era titolare di un’azienda che si occupava, tra le altre cose, di robot antropomorfi.

Dottoressa Levi Montalcini, bisogna essere un ingegnere elettronico per accettare la sfida di salire il Campidoglio e fare il consigliere comunale a Roma?

«Credo più semplicemente che soprattutto in politica, nella gestione della cosa pubblica e di una comunità di persone, sia indispensabile capire come funzionano e non funzionano le cose per poi proporre le soluzioni. Diciamo che un approccio ai fenomeni da ingegnere elettronico può aiutare». Continua a leggere